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Chi ha paura del (secondo) default dell'Argentina? Nessuno. O quasi. A subire le conseguenze più pesanti del mancato pagamento dei 539 milioni di dollari di interessi ai sottoscrittori dei titoli del debito argentino ristrutturato nel 2005 e nel 2010 saranno gli abitanti, che andranno incontro a un aumento dei tassi di interesse e dell'inflazione e dovranno fare i conti con un taglio drastico della spesa pubblica e una borsa vaso di coccio tra quelli di ferro degli altri Paesi, mentre investitori e mercati stranieri non ne saranno pressoché toccati. Il mancato contraccolpo internazionale si deve al fatto che dal 2001, anno del primo deafult dell'Argentina, il Paese è stato praticamente tagliato fuori da ogni tipo di operazione finanziaria, con il risultato che oggi a risentire della bancarotta di luglio 2014 saranno 'solo' coloro che già 13 anni anni fa hanno visto decurtato dei 2/3 il valore dei propri titoli (tra cui circa 400 mila italiani), con una percentuale bassissima - per non dire inesistente tout court - di nuovi investitori. Nonostante l''isolamento' dell'Argentina dai mercati internazionali, tuttavia, secondo gli analisti il default dello Stato guidato da Cristina Fernandez Kirchner potrebbe avere effetti negativi sulla moneta dei Paesi emergenti: "La fiducia degli investitori potrebbe venire meno, portando a una fuoriuscita di capitali dall'Argentina con un potenziale effetto contagio sui Paesi emergenti, le cui divise e listini azionari potrebbero risentire nel medio periodo a causa di un meccanismo di trasmissione, che parte da un mix di aspettative per l'uscita definitiva da parte della Federal Reserve dal tapering e di potenziali effetti di fuga da rendimenti alti", ha spiegato infatti lo chief analyst DailyFX (FXCM) Matteo Paganini, secondo quanto riporta Finanzaonline. Un circolo vizioso, del quale l'Argentina sarebbe la miccia, con il rischio di vedere svalutata ancora la propria moneta (già pesantemente penalizzata nel cambio con dollaro ed euro e da un'inflazione ai massimi storici) e sospesa in una specie di 'limbo economico', in cerca di una soluzione alla disputa che l'ha portata al secondo fallimento in poco più di 10 anni. Diversamente che nel 2001, quando il default è stato dichiarato per l'impossibilità del Paese di pagare i propri creditori, questa volta infatti l'Argentina avrebbe potuto saldare i conti nei confronti dei possessori di titoli che hanno accettato la ristrutturazione del debito andato in bancarotta 10 anni fa, pari al 93% del totale, ma il restante 7% che invece non ha accettato gli accordi l'ha impedito. Questi fondi, chiamati anche fondi avvoltoi, chiedono infatti la restituzione piena degli investimenti e degli interessi maturati alla stregua degli altri creditori ma, come è facile intuire, l'Argentina non possiede i mezzi economici per soddisfarli. Fallita la mediazione di Daniel Pollack, nominato dal giudice statunitense Thomas Griesa, che ha riconosciuto le ragioni dei fondi che non hanno accettato la ristrutturazione del debito, ora non resta altro che aspettare e vedere se la 'diplomazia delle banche' porterà a una svolta nella situazione. Quello che è certo, comunque, è che l'Argentina molto difficilmente, per non dire affatto, si piegherà alle richieste dei fondi avvoltoi: non solo per un'impossibilità oggettiva di soddisfare le loro condizioni, ma anche per non avvallare un pericoloso precedente.

Economia

Il 30 giugno 2014 per esercenti, commercianti, professionisti e aziende è scattato l'obbligo del pos: tutti coloro che esercitano un'attività che comporta la vendita di prodotti e servizi devono cioè garantire ai clienti la possibilità di pagare con il bancomat gli acquisti superiori a 30 euro. Una vera e propria rivoluzione, che se da un lato ha dei vantaggi oggettivi "in termini di tracciabilità dei pagamenti e lotta all'evasione" ed è "un ampliamento e un'agevolazione a favore del cittadino, che disporrà di un ulteriore metodo di pagamento", come spiega Federconsumatori, dall'altro rappresenta un onere non indifferente per chi l'obbligo lo subisce: "I costi di esercizio saranno di 1.032 euro (compresi il Pos e la linea telefonica), quelli per le commissioni di 650 euro", avvisano da Confesercenti. Un nuovo onere al quale il già tartassato sistema della PMI nazionale non ha intenzione di sottostare e che, almeno allo stato attuale delle cose, può in effetti essere 'aggirato': il Dl 179/2012, articolo 10, comma 4 che stabilisce il pos obbligatorio, infatti, non prevede sanzioni in caso di violazione e lo stesso Ministero dell'Economia e delle Finanze con il prot. n. D/825 del 10 giugno 2014 ha avvallato la tesi secondo la quale la norma non introduce un "obbligo", ma un "onere". Fino a nuove comunicazioni, dunque, esercenti, commercianti, professionisti e aziende che non saranno in regola con l'adozione del bancomat non incorreranno in alcuna multa, ma potranno trovarsi nella condizione di perdere uno o più clienti intenzionati a pagare con moneta elettronica o di vedere ritardare i pagamenti. Come spiega infatti una circolare dell'Ordine forense: "Qualora il cliente dovesse effettivamente richiedere di effettuare il pagamento tramite carta di debito e l'avvocato ne fosse sprovvisto, si determinerebbe semplicemente la fattispecie della mora del creditore che, come è noto, non libera il debitore dall'obbligazione". Che tradotto in 'soldoni' significa che il cliente ha l'obbligo di effettuare il pagamento (naturalmente), ma il rischio per il creditore è di riceverlo dopo il previsto. Il consiglio, dunque, è di indicare sempre in parcella tutte le alternative per il saldo dei servizi resi e/o della merce venduta, in modo da evitare spiacevoli inconvenienti.

Economia

Complice il caro-benzina degli ultimi anni, gli italiani si sono scoperti più attenti ai consumi e hanno iniziato a mettere in pratica piccoli e grandi accorgimenti per risparmiare al volante. Una guida a basso impatto sul portafoglio e sull'ambiente infatti è possibile e non solo togliendo il piede dall'acceleratore. Fare un uso razionale dei sistemi di bordo, tenendo acceso il climatizzatore solo in caso di canicola o di appannamento dei cristalli, spegnere l'auto quando si è fermi e non sovraccaricarla permette infatti di risparmiare carburante, così come non effettuare brusche frenate e cambi di marcia inutili ed evitare regimi elevati del motore con rapporti intermedi. [jscode id="1"] Regole di buonsenso dalle quali spesso resta fuori una che invece è fondamentale, ovvero la scelta degli pneumatici. Secondo i dati forniti da Michelin, infatti, dal 10 al 70% del consumo di benzina dipende proprio dagli pneumatici, che in città, dove si susseguono frequenti accelerazioni e decelerazioni, incidono per il 30%. Per risparmiare sull'uso di carburante sarebbe necessario ridurre la resistenza al rotolamento più ancora che mantenendo gli pneumatici gonfi secondo i valori raccomandati, ma questo comprometterebbe l'aderenza in fase di frenata e - in ultima analisi - la sicurezza. Che fare dunque? La riduzione del consumo di benzina è destinata a restare un'utopia o a essere perseguita a discapito della tenuta di strada? Fortunatamente, la risposta è no. Dalla filosofia Michelin Total Performance, il cui motto è "non vende pneumatici, ma prestazioni", arriva infatti lo pneumatico con trama ottimizzata del battistrada Michelin Energy Saver+, che sanando la contraddizione tra fattori prestazionali basso consumo di benzina e sicurezza consente di risparmiare fino a 60 litri di carburante, con una tenuta di strada migliore del 10% rispetto alla generazione precedente. Uno pneumatico che fa bene anche all'ambiente, dal momento che permette di ridurre di 140 kg le emissioni di CO2, dedicato ad auto, 4X4, Suv , furgoni e camper e disponibile in diverse misure, consultabili sul sito michelin.it. Sponsored by Michelin

Economia

Come da definizione sul sito dell'Agenzia delle Entrate (agenziaentrate.gov.it), "il Cud è la certificazione unica dei redditi di lavoro dipendente, assimilati (...) e di pensione che il datore di lavoro, o l'ente pensionistico, rilascia ai propri dipendenti o pensionati per attestare le somme erogate e le relative ritenute effettuate e versate all'Erario". Ecco allora una breve guida per farne richiesta, leggerlo e utilizzarlo in modo consapevole. Il Cud deve essere rilasciato dal datore di lavoro o dall'ente pensionistico entro il 28 febbraio dell'anno successivo a quello in cui sono stati conseguiti i redditi certificati oppure, in caso di cessazione del rapporto di lavoro, entro 12 giorni dalla richiesta del dipendente, in duplice copia cartacea o per via telematica. Il Cud 2014 deve obbligatoriamente essere consegnato in versione cartacea a eredi e dipendenti che hanno concluso il rapporto di lavoro, mentre la versione telematica può essere utilizzata solo se il destinatario ha "gli strumenti necessari per riceverlo e stamparlo". Il Cud cartaceo viene rilasciato direttamente dal datore di lavoro oppure può essere richiesto presso gli sportelli territoriali dell'Inps, dell'ex Enpals o ex Inpad, ai Caf, a professionisti abilitati, presso lo sportello Amico degli uffici postali, quello telematico invece può essere scaricato sul sito dell'Inps (inps.it), utilizzando il proprio codice fiscale e il Pin identificativo. Come si legge sul sito dell'Agenzia delle Entrate, il Cud Inps serve per effettuare la dichiarazione dei redditi con il 730 e il Modello Unico, ma se il contribuente nell'anno non ha percepito altro reddito al di fuori di quello da lavoro dipendente o da pensione non ha l'obbligo di presentare alcuna documentazione e fanno fede gli importi/conguagli dettagliati nel Cud stesso. Tuttavia, compilare la dichiarazione dei redditi può convenire per dedurre/detrarre delle spese e ottenere credito di imposta, tanto più alla luce delle novità introdotte per il 2014, ovvero il bonus fiscale per ricercatori e lavoratori rientrati in Italia dopo aver svolto esperienze formative all'estero, il 24% di detraibilità per le erogazioni in favore di Onlus, partiti e movimenti politici, gli incentivi di produttività e la sospensione degli obblighi fiscali per i comuni alluvionati della Sardegna.

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Si avvicina il mese aprile e si avvicinano anche le scadenze relative alla dichiarazione dei redditi 2014, con date diverse in funzione della tipologia di lavoratore e della documentazione che ciascuna deve presentare: come noto, infatti, a seconda dei soggetti e delle modalità di collaborazione, la documentazione da presentare varia e assume la forma di modello 730, 770, Unico. Ecco allora una sintetica guida per raccapezzarsi tra scadenze e documenti. Il 730 2014 deve essere presentato da: lavoratori dipendenti e pensionati; soggetti che percepiscono indennità sostitutive di reddito di lavoro dipendente, come il trattamento di integrazione salariale o l'indennità di mobilità; soci di cooperative di produzione e lavoro, di servizi, agricole e di prima trasformazione dei prodotti agricoli e di piccola pesca; sacerdoti della Chiesa cattolica; giudici costituzionali, parlamentari nazionali, titolari di altre cariche pubbliche elettive, quali i consiglieri regionali, provinciali, comunali entro il 30 aprile al sostituto di imposta e il 31 maggio al CAF o altro intermediario, con i soggetti terzi che - a loro volta - devono trasmetterlo compilato entro il 30 giugno. La documentazione richiesta al lavoratore comprende il CUD e ogni tipo di certificazione relativo a ritenute, spese fiscali deducibili o detraibili sostenute nel 2013 e al saldo degli eventuali acconti d'imposta effettuati autonomamente. Il 770 2014 riguarda invece i dati fiscali relativi alle ritenute operate nell'anno 2013, quelli assicurativi e contributivi e deve essere presentato dai sostituti d'imposta entro il 31 luglio. Il Modello Unico 2014 infine deve essere presentato da liberi professionisti, lavoratori autonomi, titolari di Partita Iva dal 2 maggio al 30 giugno in formato cartaceo (presso gli uffici postali) e il 30 settembre in modalità telematica. Più in generale, per quanto riguarda la dichiarazione dei redditi 2014 i suddetti soggetti dovranno presentare la documentazione entro 9 mesi dalla chiusura del periodo di imposta, con il primo pagamento fissato al 16 luglio e gli altri il 16 dei mesi successivi, fino a quello degli acconti di dicembre.

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Nelle scorse settimane si è fatto un gran parlare di riduzione del cuneo fiscale e delle misure necessarie ad abbassare la pressione fiscale su lavoratori e imprese. Così nella battaglia tra taglio Irpef e riduzione dell’Irap, il neo premier Matteo Renzi ha optato per la prima scelta assicurando che dal 1° maggio i lavoratori che guadagnano meno di 1.500 euro al mese troveranno in busta paga mediamente 80 euro in più, per una manovra complessiva di 10 miliardi di euro. Sulla decisione del nuovo Presidente del Consiglio sono state avanzate le critiche dei sindacati, con la Camusso in testa, ma c’è chi come la CGIA, associazione degli artigiani, di Mestre ha approvato pienamente la misura adotta da Renzi. Il motivo è semplice: secondo le stime della CGIA ben il 90% dei 10 miliardi di euro finiranno per rilanciare e dare nuova linfa ai consumi. I 1.000 euro in più all’anno che finiranno nelle tasche di circa 10 milioni di italiani saranno spesi per fare nuovi acquisti, come sostenute dalle stime sulla propensione agli acquisti delle famiglie di operai e impiegati che beneficeranno del taglio dell’Irpef. Gran parte dei nuovi acquisti si indirizzerebbe prima di tutto su alimenti e bevande, poi a seguire su trasporti, prodotti per la cura della persona e pasti fuori casa. Non va dimenticato che, come sottolinea anche la CGIA di Mestre, i consumi delle famiglie rappresentano la componente principale del PIL italiano.

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