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Anticipo TFR in busta paga: che cosa comporta, pro e contro
Scritto il 2015-03-10 da Silvia Artana su Economia

Fonte: www.morasta.it

In base alle disposizioni contenute nella nuova Legge di Stabilità, dal 1° al 31 marzo 2015 i lavoratori dipendenti delle aziende private con un anzianità di servizio di almeno 6 mesi potranno fare richiesta per ricevere in busta paga un anticipo del Tfr (Trattamento di fine rapporto) in "relazione ai periodi di paga decorrenti dal 1° marzo 2015 al 30 giugno 2018".

Per chi sceglie di aderire, ciò significa che una parte della quota messa da parte ogni anno per formare la liquidazione o per costruire la pensione integrativa, pari al 7,4% della retribuzione lorda (dato che deriva dal 6,9% dell'accantonamento di base più lo 0,5% della Trattenuta Fondo Pensione - TFP destinato al Fondo di garanzia dell'Inps, ovvero quello che garantisce il pagamento del Tfr ai lavoratori in caso di fallimento dell'azienda), anziché essere "congelato" per essere goduto in futuro viene goduto subito, sotto forma di aumento di stipendio. Un'opzione che se da un lato può essere utile per fare fronte a spese immediate, sul lungo periodo è tutt'altro che favorevole.

Fermo restando che l'anticipo riguarda solo il Tfr futuro e non quello già maturato, se si decide di non fruire dell'agevolazione prevista dalla Legge di Stabilità, la quota di retribuzione lorda accantonata si rivaluta ogni anno, con un tasso dell'1,5% cui si aggiunge il 75% dell'inflazione se va a formare la liquidazione oppure con il tasso del fondo di destinazione se va a comporre la pensione integrativa, e la tassazione nel primo caso è di circa il 23%, mentre nel secondo varia dal 9% al 15% in base alla lunghezza del piano contributivo integrativo. Se invece si opta per l'anticipo del Tfr in busta paga, la quota anticipata non si rivaluta ed è soggetta a tassazione ordinaria, ovvero all'Irpef, un'imposta progressiva, ovvero che cresce all'aumentare del reddito entro un range compreso tra un'aliquota minima del 23% e una massima del 47%.

Parlando di numeri, la simulazione realizzata da Progetica per CorrierEconomia mostra che un trentenne con un reddito di 13 mila euro netti annui che richiede l'anticipo incassa 70 euro al mese in più (per un totale di 2.800 euro netti nell'arco di 40 mesi), ma rinuncia a 4.288 euro al momento della pensione (pari al 35% in meno rispetto a quanto otterrebbe se lasciasse che le quote andassero a comporre la liquidazione), mentre un cinquantenne con un reddito di 26 mila euro netti percepisce un aumento mensile di 137 euro netti (pari a 5.480 euro netti per 40 mesi), ma rinuncia a 7.275 euro di pensione (- 25%). Un dato, quest'ultimo, che evidenzia che a essere maggiormente penalizzati sono i lavoratori con minore anzianità lavorativa.

Analogo discorso vale nel caso in cui l'alternativa all'anticipo è l'accantonamento in un fondo pensione integrativo, mentre dal punto di vista della tassazione la poca convenienza è subito evidente se si pensa che l'aliquota del 23% (quella mediamente applicata al Tfr lasciato in azienda) vale solo per i lavoratori che percepiscono fino a 15 mila euro l'anno, mentre per chi ha una reddito di 25 mila euro è pari al 25% e così  via a salire, diventando del 28% per chi guadagna da 35 a 50 mila euro all'anno, 41% per retribuzioni di 75 mila euro e 43% dai 95 mila euro in su.

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